15.12.2021 - Flossbach von Storch

Un pericolo per il clima e per il benessere


Un pericolo per il clima e per il benessere

La globalizzazione è in stallo. Questo pone dei rischi che in molti ignorano. Un’intervista ad Agnieszka Gehringer, Senior Research Analyst presso il Flossbach von Storch Research Institute.

Signora Gehringer, quasi 20 anni dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la Repubblica Popolare è cresciuta fino a diventare la seconda economia del mondo. Ora però l’entusiasmo per la globalizzazione sembra svanito.
Agnieszka Gehringer:È vero. La fase più recente della globalizzazione è iniziata con la fine della Guerra Fredda nei primi anni ‘90. Fino al 2007 c’è stato poi un aumento senza precedenti delle interdipendenze economiche, sociali e politiche mondiali, almeno secondo quanto misurato dall’Indice KOF della globalizzazione sviluppato dal Politecnico federale di Zurigo. Se nel ventennio precedente, cioè dal 1970 al 1990, l’indice è aumentato di 6 punti, nei 17 anni successivi è salito di oltre 17 punti – in altre parole, la crescita della globalizzazione è quasi triplicata. Con la fine della Guerra Fredda ci sono stati miglioramenti in tutte e tre le dimensioni: economica, sociale e politica.

E poi?
Nel 2007 questo processo ha subito un’interruzione strutturale. A rallentare è stata soprattutto la componente economica. Se tra il 1990 e il 2007 la quota del commercio mondiale nel prodotto interno lordo globale era aumentata dal 10% a oltre il 16%, successivamente è scesa sotto il 14% per attestarsi più di recente al 14,5%. In altre parole, l’economia di oggi è meno globalizzata rispetto a prima della grande crisi finanziaria. La globalizzazione è notevolmente rallentata e in alcuni ambiti si osserva addirittura un’inversione di tendenza.

Uno dei motivi è probabilmente il conflitto commerciale tra Cina e Stati Uniti, senza dimenticare le sanzioni economiche contro la Russia dopo l’annessione della Crimea nel febbraio 2014.
In effetti, dal 2002 le barriere commerciali a livello mondiale sono più che raddoppiate. Vero è che durante la crisi del coronavirus c’è stato un allentamento: ad esempio, delle 402 misure commerciali (tariffarie e non) introdotte dai governi di tutto il mondo tra il gennaio 2020 e il gennaio 2021, il 51% intendevano facilitare gli scambi. Ma si è trattato per lo più di provvedimenti temporanei e alcuni sono già stati revocati.

Durante la pandemia però non si è cercato di facilitare solo il commercio. Sempre più governi si sono resi conto della forte dipendenza dai paesi partner e hanno deciso di riportare la produzione nella propria sfera d’influenza, soprattutto nel settore sanitario. Lo stesso vale anche per altri prodotti, come ad esempio la produzione di chip.
In base alle crisi passate, e specialmente alla grande crisi finanziaria, crediamo che la pandemia farà ulteriormente arretrare la globalizzazione. Il rischio che la tendenza si trasformi in deglobalizzazione è grande, soprattutto se le tensioni geopolitiche continueranno a incrinare le relazioni economiche tra le superpotenze globali di Stati Uniti e Cina. Nel peggiore dei casi, un arretramento caotico dalla globalizzazione potrebbe causare problemi molto più gravi.

Cosa intende di preciso?
Moltissimi modelli economici mostrano in modo indiscutibile che il libero scambio e una più ampia integrazione economica tra le nazioni portano guadagni economici netti. Invertire queste tendenze significa rallentare l’espansione economica – ovunque nel mondo. I più colpiti sarebbero i piccoli paesi in via di sviluppo, soprattutto se economicamente dipendenti da una gamma ristretta di fonti di reddito e privi di un’ampia base industriale o di risorse naturali. Ma anche le economie altamente diversificate e tecnologicamente all’avanguardia soffrirebbero per la contrazione della domanda reale da altri paesi.

Quindi la crescita globale diminuirebbe?
Esatto. Inoltre, in passato la globalizzazione ha contribuito a frenare il rincaro dei prezzi, cioè ha mantenuto l’inflazione relativamente bassa e fatto calare i tassi d’interesse. Invertire il processo potrebbe determinare un incremento generalizzato dei prezzi e dei tassi d’interesse nel lungo periodo.

L'aumento dei tassi d’interesse potrebbe mettere sotto pressione alcuni paesi fortemente indebitati.
Certamente. Inoltre, la deglobalizzazione del commercio è spesso accompagnata da un allentamento dei legami finanziari, il che potrebbe aggravare notevolmente la posizione dei debitori statunitensi, sia nel settore privato che in quello pubblico. Di conseguenza, ottenere finanziamenti dall’estero potrebbe risultare sempre più difficile. In più, una minore domanda estera di debito statunitense finirebbe per compromettere il ruolo del dollaro USA come valuta di riserva.

Un’inversione della globalizzazione avrebbe quindi ripercussioni economiche gravi. Alcuni critici però replicano che le interdipendenze economiche vanno a scapito dei diritti dei lavoratori. Dicono che creano disuguaglianza - e danneggino l’ambiente. Se così fosse, la tendenza alla deglobalizzazione sarebbe da accogliere a braccia aperte.
Non c’è dubbio che l’attuale modello di globalizzazione vada aggiustato perché non arrechi danno ai gruppi sociali ed economici in ritardo rispetto al ritmo dell’integrazione economica. Ma una deglobalizzazione potrebbe provocare anche una battuta d’arresto nell’azione climatica globale, oggi fra le priorità dei governi di molti paesi.

In che senso?
Da un lato i paesi sviluppati difenderebbero i propri interessi, cercando di sostituire le fonti di crescita globali con quelle nazionali, a spese della politica climatica. Dall’altro lato, relazioni commerciali più instabili con i paesi in via di sviluppo si tradurrebbero in meno trasferimenti di tecnologie verdi dai mercati industrializzati a quelli in via di sviluppo. In sostanza, se i paesi smetteranno di collaborare in ambito commerciale, lo faranno ancor meno per la politica climatica.

In conclusione, lei ritiene che la tendenza alla deglobalizzazione sia pericolosa?
A nostro avviso, bisognerebbe pensarci bene prima di abolire un sistema che per decenni ha assicurato un crescente benessere. La deglobalizzazione è un gioco a somma negativa. Se si spinge troppo oltre, nessun paese sarà risparmiato.

Agnieszka Gehringer è Senior Research Analyst presso il Flossbach von Storch Research Institute.

 

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