18.02.2022 - Julian Marx

Soldi dal nulla


Soldi dal nulla

Gli USA si sono concessi per lungo tempo una politica monetaria piuttosto disinvolta, ma adesso la banca centrale tira i remi in barca. Quali potrebbero essere le conseguenze per i conti pubblici? 

Quanto c’è di vero dietro la finzione cinematografica? Nella serie “La casa di carta”, in onda su Netflix, un gruppo di rapinatori progetta un colpo spettacolare. Obiettivo: occupare per giorni la zecca di stato spagnola e stampare quante più banconote possibile. In un certo senso non si tratta nemmeno di un furto, come spiega uno dei rapinatori: in fondo i “soldi vengono creati dal nulla”, senza che nessuno venga derubato dei propri risparmi. Qualcosa di simile può realmente succedere?

Nella fiction, il piano è di stampare 2,4 miliardi di euro, una cifra infinitesimale rispetto alle somme da capogiro che le banche centrali hanno davvero messo in circolazione negli anni passati senza una legittimazione democratica diretta. Si prospetta però ora una temporanea sospensione di questa eccezionale produzione di denaro, a fronte di un incremento del tasso di inflazione che spinge le banche centrali perlomeno a prendere le distanze, in via cautelativa, da tendenze spiccatamente espansive. E gli Stati Uniti sono gli apripista.

Le banche centrali e la corsa agli acquisti

La Federal Reserve (Fed) ha infatti già provveduto ad una riduzione significativa degli acquisti di titoli obbligazionari, che verranno azzerati entro marzo. Vari segnali fanno inoltre presagire che, dopo il primo intervento sui tassi, anch’esso atteso per il mese di marzo, la Fed dovrebbe iniziare a ridimensionare il proprio smisurato portafoglio. A fine gennaio i soli titoli di Stato ammontavano a 5.700 miliardi di dollari, a cui aggiungere quasi 2.700 miliardi di titoli garantiti da ipoteca. Un picco storico decisamente eccezionale: mai prima d’ora si era registrata una corsa all’acquisto minimamente paragonabile da parte della banca centrale.

Chi ha beneficiato e continua a beneficiare di questa situazione sono soprattutto le finanze dello Stato, doppiamente avvantaggiate: da un lato, con la Fed è entrato in scena un investitore in grado di influenzare il mercato, al quale – al contrario dei normali operatori – non importava che un titolo di Stato decennale rendesse l’uno o il tre per cento. Con i suoi ingenti acquisti la Fed è riuscita a spingere sensibilmente verso il basso i rendimenti dei titoli di Stato su tutte le scadenze, permettendo così agli Stati Uniti di rifinanziarsi a condizioni relativamente favorevoli.

Ma vi è di più. L’enorme portafoglio titoli presente nel bilancio “gonfiato” della banca centrale genera regolarmente ingenti redditi da interessi, che la stessa non può portare a nuovo. Dal 2010 la Fed versa al Ministero delle Finanze USA utili per circa un triliardo ovvero 1.001 miliardi di dollari (cfr. grafico).

Negli ultimi anni i conti pubblici statunitensi sono quindi stati notevolmente sostenuti dalla politica monetaria. Negli ultimi due esercizi, tuttavia, il nuovo indebitamento, e quindi il deficit, ha raggiunto la cifra record di 5.907 miliardi di dollari. Al 31 dicembre 2021 il debito pubblico si è attestato al 130 per cento del PIL.

Se ora la Federal Reserve sta pensando di aumentare i tassi e ridurre il disavanzo, quali possono essere le ripercussioni per la sostenibilità del debito del Governo americano?

C’è da preoccuparsi?

In una prospettiva di breve termine, tassi più elevati comportano un aumento dei costi che il Governo deve sostenere sia per il nuovo indebitamento che per le obbligazioni giunte a scadenza, il cui rifinanziamento diventa più oneroso. Nel lungo periodo, però, i conti pubblici non dovrebbero essere influenzati dagli attuali – temporanei – sviluppi della politica monetaria, per via del “carattere riflessivo” del modus operandi delle banche centrali.

“Carattere riflessivo” significa che le banche centrali non seguono una strategia a senso unico, ma ripensano continuamente la loro politica monetaria, correggendola al mutare della percezione degli investitori e del clima economico. Qualora la politica monetaria della banca centrale dovesse nuocere all’incisività della politica fiscale statunitense, ciò avrebbe necessariamente delle ripercussioni negative per quel che concerne la stabilità dei prezzi e la piena occupazione. Poiché la Fed è vincolata a questi due obiettivi di politica monetaria, in via di principio permetterà ai rendimenti USA di aumentare solo nella misura in cui ciò sia sostenibile per l’economia nazionale.

Una politica monetaria più severa?

Finché il motore dell’economia americana continuerà a “rombare”, i conti pubblici saranno in grado di reggere rendimenti leggermente più elevati a fronte di un maggiore flusso di introiti fiscali. E se la banca centrale dovesse tirare un po‘ troppo la corda, il Governo USA e gli operatori del mercato finanziario potrebbero contare su una risposta il cui modello è ormai consolidato. In passato, infatti, in caso di crisi economiche o tassi di inflazione più bassi, la Fed ha ridotto i tassi di interesse in tempi relativamente rapidi e ha fatto incetta di titoli di Stato, ove necessario: in tal modo la sostenibilità del debito è aumentata portando con sé un ulteriore incremento del debito pubblico.

Su Netflix, la fortuna dei protagonisti de “La casa di carta”, dopo aver messo a segno il colpo, è di breve durata. Viene da chiedersi dunque se questo debito pubblico da record e la portata degli interventi della banca centrale verranno pagati a caro prezzo in futuro. È una domanda a cui non è facile dare risposta. Il rischio che la soluzione dei problemi strutturali venga sempre procrastinata a fronte di opportunità di finanziamento più favorevoli è in ogni caso reale. Anche da questo punto di vista, il tentativo della Fed di operare una normalizzazione della politica monetaria in tempi brevi appare quanto mai opportuno.

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