10.06.2021 - Flossbach von Storch

Selezione attiva dei campioni


Selezione attiva dei campioni

Dopo la pandemia di coronavirus, alcuni mercati emergenti fanno ben sperare in una forte crescita. Ecco come possono approfittarne gli investitori orientati al lungo termine, secondo Michael Altintzoglou, gestore del fondo Flossbach von Storch – Global Emerging Markets Equities.

Signor Altintzoglou, l’OCSE prevede per quest’anno una crescita mondiale superiore al 5%. Come già avvenuto in passato, economie come l’India o la Cina dovrebbero però registrare un’espansione di gran lunga maggiore. Lei cosa si aspetta?
La Cina svolge sicuramente un ruolo particolare. Il paese è stato il primo ad essere colpito dalla pandemia e anche il più veloce a riprendersi, grazie a una gestione efficiente della crisi sanitaria. Ad ogni modo, dopo gli elevati tassi di crescita durante il rilancio, è probabile che nei prossimi trimestri il ritmo di espansione torni a normalizzarsi. A lungo termine siamo comunque ottimisti, visto l’aumento della produttività, l’orientamento dell’economia verso l’enorme mercato interno e le risorse disponibili, sia in termini di base di capitale che di capitale umano.

E l’India?
Al momento è ancora alle prese con una grave ondata di coronavirus. Anche se nel frattempo i contagi stanno diminuendo, sono moltissime le persone colpite anche nelle zone rurali. Talvolta il sistema sanitario non riesce ad assistere adeguatamente la popolazione e questo si è ripercosso anche sui mercati finanziari. Anche se in particolare il mercato azionario indiano, come pure la sua valuta, si sono dimostrati sorprendentemente resistenti. Ci aspettiamo che la crescita economica mostri segni di rallentamento nei prossimi trimestri, il che potrebbe anche determinare un aumento dei casi di default nel sistema bancario. A lungo termine, però, il subcontinente offre ancora un grande potenziale di crescita grazie a una struttura demografica favorevole e ai redditi pro capite ancora bassi rispetto ad altri mercati.

Molti mercati emergenti stanno ancora facendo i conti con le conseguenze della crisi sanitaria.
Di recente ci sono stati chiari segnali di ripresa in diversi paesi. Con l’avvio delle campagne di vaccinazione e grazie ai pacchetti di aiuti governativi, in un’ottica di medio termine molte nazioni dovrebbero ritrovare la strada della crescita. Ad ogni modo, una crescita elevata non significa automaticamente che anche gli azionisti ne beneficeranno.

In che senso?
Molti paesi emergenti stanno registrando da anni una notevole espansione, tanto che oggi le loro economie rappresentano il 40% circa della produzione economica globale - contro un modesto 18% nel 1980. Eppure questi paesi sono ancora poco rappresentati sui mercati dei capitali, con una quota del solo 13%. Ciò significa quindi che la forte crescita che caratterizza i mercati emergenti non va automaticamente a beneficio degli investitori.Soprattutto dopo la crisi finanziaria, le performance delle borse dei paesi emergenti hanno accumulato un certo ritardo rispetto a quelle delle nazioni industrializzate. Una popolazione giovane e una forte crescita economica da sole non bastano a garantire agli investitori un successo a lungo termine.

Con riferimento ai mercati emergenti pensa sia meglio selezionare attivamente i titoli o affidare la scelta a un professionista, piuttosto che, ad esempio, seguire l’indice azionario MSCI Emerging Markets tramite fondi d’investimento negoziati in borsa ( ETF )?
Rispetto alle strategie passive, noi siamo convinti di poter offrire agli investitori un vero valore aggiunto a lungo termine, ma sappiamo certamente che i buoni imprenditori non si siedono sugli allori. In linea di principio, pur confrontandosi con un benchmark , è importante che la costruzione del portafoglio avvenga in modo assolutamente indipendente da esso. Noi puntiamo soprattutto sulle imprese. In generale, intravediamo buone opportunità nelle azioni di aziende di qualità e in forte crescita dei mercati emergenti, ma ci interessano anche le società che hanno sede nei paesi sviluppati, ma svolgono gran parte delle proprie attività in quelli emergenti. 

Quindi, come investitori nei mercati emergenti, ammettete anche allocazioni negli Stati Uniti o nell’Eurozona?
Per molte società di portata globale, il potenziale di crescita nel mondo sviluppato è ormai esaurito. Per queste realtà, i paesi emergenti stanno acquisendo sempre più importanza come mercati di sbocco. Dall’altro lato, le società locali vantano modelli di business innovativi, che esportano sempre più spesso con grande successo nelle nazioni industrializzate. In tal senso, la linea di confine tra società dei mercati emergenti e sviluppati è sempre più sottile. È per questo che le piazze di borsa, l’ubicazione di un’azienda o l’appartenenza a un indice passano per noi in secondo piano e gli investitori non dovrebbero lasciarsi sfuggire simili opportunità.

Poco fa diceva che preferite i titoli di qualità. Perché e cosa intendete nello specifico?
Siamo convinti che nel lungo termine il mercato premi le società di ottima qualità. Ecco perché il nostro team di ricerca analizza sempre a fondo qualunque azienda nella quale intendiamo investire.  Cerchiamo modelli di business trasparenti e interessanti, con vantaggi competitivi sostenibili e una dirigenza integerrima, che promuove una sana cultura aziendale. Decisivi nel nostro approccio sono inoltre un bilancio solido e un’elevata probabilità di crescita del fatturato a fronte di margini di profitto stabili o addirittura in aumento.

E queste aziende, che lei considera vincenti a lungo termine, si trovano nei paesi emergenti?
Sì, non scendiamo a compromessi quando si tratta di analizzare le aziende.

Dove si possono trovare al momento questi titoli?
Il Covid-19 ha impresso ulteriore slancio a una tendenza preesistente: la digitalizzazione. Durante un lockdown, si passa molto tempo su Internet – in Germania, Italia come in Cina. La gente acquista più spesso online, usufruisce quando possibile delle piattaforme di e-learning e dei servizi in streaming e organizza videoconferenze. Tutto ciò non si potrebbe nemmeno immaginare senza il cosiddetto “High Performance Computing” (HPC), ossia tecnologie in grado di fornire prestazioni elevate ed eseguire calcoli molto complessi. Inoltre si richiedono prestazioni sempre più avanzate: per questo le società che producono chip diventeranno sempre più importanti. A nostro avviso, il ricorso sempre più frequente alle tecnologie innovative sarà un fenomeno duraturo.

E molte aziende che offrono questo tipo di tecnologie si trovano in Cina?
Esatto. Dopo la crisi finanziaria, l’attenzione del governo si è spostata dalla quantità alla qualità della crescita. Pechino ha investito molto nella formazione, promuove la produzione di circuiti integrati e ha già ampiamente sviluppato la rete 5G. Inoltre, dal 2014, anche le aziende cinesi spendono molto di più in ricerca e sviluppo rispetto alle controparti nell’UE. Ultimamente questi investimenti sono saliti a quota 616 miliardi di dollari e sembrano destinati a superare anche quelli delle aziende statunitensi.

È impressionante. Ma Lei dove vede precisamente il potenziale?
Dalla crisi finanziaria, l’e-commerce in particolare ha acquisto molta importanza in Cina. Se un’azienda soddisfa i gusti dei consumatori, il potenziale è enorme. Il fatturato del commercio online cinese rappresenta oltre un quarto delle vendite al dettaglio totali. Lo scorso anno, le piattaforme di Alibaba hanno gestito merci per oltre 1.000 miliardi di dollari. La concorrenza straniera è tagliata fuori: nessuno dei colossi americani di Internet è mai riuscito a prendere realmente piede in Cina. In più ora ci sono società di servizi cinesi molto popolari, che si occupano addirittura di fissare gli appuntamenti dal parrucchiere o di prenotare un tavolo al ristorante. Quasi parallelamente i pagamenti cashless sono diventati sempre più comuni. A nostro avviso, i gestori di queste piattaforme godono di un enorme potenziale perché i loro modelli di business sono facilmente scalabili, il che permette di accrescere rapidamente le quote di mercato.

Ma nell’e-commerce non è tutto oro quel che luccica. L’anno scorso il governo cinese ha sorprendentemente bloccato l’entrata in borsa di Ant, una controllata della piattaforma online Alibaba. La notizia è finita sulle prime pagine dei giornali.
È vero, negli ultimi mesi le società di piattaforme cinesi sono state sottoposte a maggiori controlli da parte delle autorità di regolamentazione statali. In definitiva, però, questo dimostra tutto il potenziale dei loro modelli aziendali. Durante la crisi del coronavirus, alcune di queste aziende hanno notevolmente ampliato le rispettive quote di mercato, conquistando una posizione di leadership. In futuro non potranno scavalcare i requisiti normativi tanto facilmente. D’altro canto il governo cinese sa anche che, per rimanere competitivo a livello internazionale, il paese deve fare affidamento su un settore tecnologico dinamico e innovativo. Pertanto ci sembra alquanto improbabile che Pechino danneggi seriamente i modelli di business di queste aziende.

Voi però non investireste solo in società tecnologiche cinesi, giusto?
No, la diversificazione è un presupposto irrinunciabile del nostro approccio d’investimento. A livello geografico ci sono competitor interessanti anche nei mercati emergenti meno sviluppati, dove il consumo sta generalmente aumentando di pari passo con la diffusione dei cellulari. Alcuni provider, ad esempio, si stanno ampliando negli Stati insulari del sud-est asiatico e la stessa tendenza si osserva in Sud America, dove lo shopping avviene sempre più spesso online. Anche a livello settoriale è bene investire in più segmenti. In tal senso, intravediamo opportunità ad esempio in aziende attive nei settori beni di consumo voluttuari, finanziario o sanitario. Pensiamo ai produttori di beni di lusso, per esempio nel campo della cosmesi: in molti paesi emergenti il ceto medio sta crescendo e conquistando livelli di benessere sempre più elevati, il che gioca ovviamente a favore di questi operatori. Già oggi i consumatori cinesi rappresentano più di un terzo del fatturato di alcune società nel segmento dei cosmetici di fascia alta. Tra l’altro in alcuni casi, proprio in Cina, la metà delle vendite passa per i canali online.

Secondo Lei i leader tecnologici dei paesi emergenti si concentrano comunque nel segmento dell’e-commerce?
Sì, ma anche nel settore dei pagamenti cashless ed altri servizi di pagamento online. In America Latina, ancora oggi è molto difficile e costoso accedere ai crediti bancari tradizionali, soprattutto per le piccole imprese. È qui che le società Fintech hanno trovato un varco, con le loro soluzioni innovative, rapide e talvolta più convenienti. Tutto grazie alle nuove tecnologie, che permettono di accedere a gruppi di clienti del tutto ignorati fino a qualche tempo fa. In tal senso queste realtà offrono anche un prezioso contributo al processo di integrazione finanziaria. Anche nel settore dei giochi online sono le aziende dei paesi emergenti a dettare il passo oggi.

 

Michael Altintzoglou è gestore del fondo Flossbach von Storch – Global Emerging Markets Equities.

 

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