27.08.2021 - Thomas Mayer

Se arriva l’euro digitale...


Se arriva l’euro digitale...

La Banca Centrale Europea vuole entrare nel mondo delle valute digitali. Ecco cosa possono aspettarsi gli investitori – e cosa probabilmente no.

L’ora “x” scatterà nell’ottobre 2021 quando la Banca Centrale Europea (BCE) darà il via a una fase di indagine per esaminare come potrebbe essere configurato un euro digitale e quale potrebbe essere il potenziale impatto di una moneta digitale europea. Su tale base si deciderà se introdurla o meno.

Una cosa è certa sin d’ora: le nuove valute digitali emesse da banche centrali funzionerebbero in modo completamente diverso rispetto alle criptovalute private, come ad esempio il bitcoin. L’euro digitale potrebbe aiutare la BCE a risolvere in parte il problema del debito pubblico nell’Eurozona, se l’autorità monetaria attuasse la digitalizzazione della valuta senza compromessi. Ma non andrà così.

Ecco 6 tesi sui retroscena, le conseguenze e le opportunità di una nuova valuta digitale europea:

1. Le criptovalute private minacciano il monopolio statale dell’emissione di moneta

Le banche centrali non vedono di buon occhio i bitcoin e le altre criptovalute private. Sono una concorrenza indesiderata che mina il monopolio pubblico nell’emissione di moneta, gestito appunto da loro. Se le criptovalute private iniziassero a sostituire gradualmente il denaro tradizionale, le banche centrali non potrebbero più utilizzare la creazione di moneta per governare l’economia e finanziare gli Stati. Non a caso la Banca centrale cinese (Bank of China) ha recentemente intimato agli istituti finanziari di non accettare le criptovalute come strumenti di pagamento e staccato la spina ai “miner” di bitcoin. Nella sua relazione sulla stabilità finanziaria, la BCE ha paragonato l’andamento dei prezzi dei bitcoin alle bolle speculative dei tulipani e dei mari del Sud, registrate rispettivamente nel XVII e XVIII secolo.

2. Le criptovalute emesse dalle banche centrali giocano a loro favore

Nel corso della crisi del coronavirus, le banche centrali hanno capito che alle persone non piace pagare in contanti. Durante la pandemia, il ricorso alla liquidità per le transazioni è notevolmente calato anche in un paese affine al denaro contante come la Germania. Le banche centrali potranno anche tollerare i pagamenti tramite carta, ma la nascita di nuove criptovalute (come ad esempio il progetto Libra di Facebook) è un fenomeno che le spaventa, perché potrebbero gradualmente rimpiazzare i contanti da loro emessi, l’unico mezzo di pagamento che abbia corso legale. Ecco perché la BCE sta seriamente pensando di trasformare il suo denaro in valuta digitale, la famosa Central Bank Digital Currency, o CBDC in acronimo. I cinesi hanno già avviato il programma pilota del renminbi digitale, che l’anno prossimo dovrebbe diffondersi su larga scala. La valuta digitale della BCE sarà pronta forse tra cinque anni.

3. L’euro digitale non cambierà granché per i consumatori

Dalle informazioni trapelate finora, la differenza rispetto alle banconote in euro dovrebbe essere minima. Oggi i consumatori prelevano denaro dai loro conti correnti recandosi al bancomat; in futuro caricheranno sul cellulare o su un’apposita carta un importo limitato in CBDC della BCE. Ancora non è chiaro come funzionerà di preciso il traffico dei pagamenti digitali, né quanto potrà funzionare, ma è molto probabile che l’euro digitale diventi l’equivalente delle banconote con determinati limiti di fruibilità.

4. L’euro digitale non funziona come il bitcoin

Chi ha ideato il bitcoin voleva creare un sistema che permettesse di trasferire denaro in modo virtuale evitando la consegna fisica di contanti. Un po’ come se, invece di scambiarsi banconote, si comunicasse semplicemente il loro numero di serie. Il tutto da persona a persona, senza una banca che registri il trasferimento a livello centrale. L’inventore voleva insomma escludere le banche dalle transazioni: sia quelle commerciali, che generano moneta scritturale - ossia depositi su conti correnti - erogando crediti (anche nell’Eurozona), sia le banche centrali, che gestiscono la creazione di denaro mediante la concessione di credito. Ciò avrebbe permesso di ridurre i costi legati alle transazioni. Anche se non era l’unico obiettivo.

L’algoritmo di consenso per criptovalute fu presentato alla fine del 2008, quindi poco dopo il collasso del gruppo bancario Lehman, all’apice della crisi finanziaria. La creazione di denaro con questo algoritmo doveva servire a evitare bolle creditizie e conseguenti crisi come questa, nate dall’emissione di denaro a credito. Diverso è invece lo spirito dell’euro digitale, che dovrebbe semplicemente affiancare una forma di liquidità alternativa al denaro a credito. Diciamo che, se l’euro digitale fosse un’automobile, avrebbe l’aspetto di un moderno veicolo elettrico ma sotto il cofano girerebbe ancora il tradizionale motore a combustione, cioè la creazione di denaro da parte delle banche mediante concessione di prestiti, appunto. Le criptovalute come i bitcoin sono invece auto elettriche al 100%.

5. L’euro digitale potrebbe contribuire a stabilizzare la zona euro

Per i consumatori la versione digitale dell’euro avrebbe un vantaggio non da poco: in quanto credito verso la banca centrale, il denaro emesso da quest’ultima è privo di rischio, contrariamente ad esempio ai depositi in conto corrente. Questi sono semplicemente obbligazioni private delle banche, ovvero crediti vantati dal cliente nei loro confronti, e di norma nella zona euro sono coperti da una garanzia statale sui depositi solo fino a 100.000 euro. La valuta digitale della banca centrale sarebbe quindi priva di rischio di insolvenza e, se sostituisse la moneta scritturale delle banche, farebbe compiere un passo avanti all’unione monetaria che oggi è una mera “area unica del contante”.

6. L’euro digitale potrebbe in parte risolvere i problemi di debito

In termini ancor più radicali, l’euro digitale potrebbe persino aiutare gli Stati a riemergere dalla palude del debito: nel sistema monetario di credito attualmente in vigore, la moneta scritturale è coperta da un portafoglio di prestiti bancari in continua evoluzione. La moneta scritturale si crea quando viene concesso un credito e svanisce nel momento in cui il prestito viene saldato. Si potrebbe invece configurare l’euro digitale come moneta di banca centrale coperta da un portafoglio fisso di titoli di Stato iscritto nel bilancio della BCE. Quest’ultima potrebbe creare attivi di garanzia (c.d. “cover pool”) acquistando titoli di Stato fino al volume desiderato di euro digitali - peraltro non sarebbe una novità assoluta, visto che somiglia molto ai programmi di acquisto di titoli di Stato già messi in campo dalla stessa BCE. Raggiunto l’ammontare desiderato, la Banca centrale potrebbe acquistare ulteriori obbligazioni fino a ottenere la quantità di euro digitali di volta in volta richiesta. La banca centrale quindi acquisterebbe obbligazioni governative non in base alle esigenze degli Stati, ma sempre e solo in quantità necessaria a soddisfare le esigenze monetarie dell’economia. Si potrebbero poi destinare direttamente ai cittadini come dividendo monetario i nuovi euro digitali così creati, anziché erogarli agli Stati membri.

Dato che la BCE deve detenere le obbligazioni come attivi di garanzia, i titoli verrebbero tolti dal mercato e gli Stati potrebbero emetterli a tasso zero e con rimborso del capitale in unica soluzione alla scadenza. Di conseguenza diminuirebbe il debito pubblico dei vari paesi in circolazione sul mercato. Supponiamo di sostituire con l’euro digitale circa 6.000 miliardi di euro di depositi bancari a vista: il debito pubblico sul mercato si ridurrebbe da circa 11.000 miliardi a 5.000 miliardi di euro. Un enorme taglio del debito, che però andrebbe attuato una tantum per conservare la fiducia nella moneta unica. Gli oppositori obiettano che in tal caso la Banca centrale sarebbe anche responsabile dell’erogazione di crediti. Assurdo! Questa funzione resterebbe in capo alle banche, ma con una differenza: dovrebbero raccogliere fondi dai risparmiatori per concedere prestiti – come si legge in qualunque manuale di economia – anziché creare denaro erogando prestiti (il che sfugge tuttora a molti autori accademici dei rispettivi manuali).

Già da tempo si parla della possibilità di ridurre il debito pubblico convertendo il denaro a credito in cosiddetta “moneta intera”, ma non si è mai passati dalla teoria alla pratica. Servirebbero coraggio e lungimiranza, doti di cui gli addetti ai lavori sono evidentemente sprovvisti. È molto probabile quindi che si continuerà a tirare avanti alla meno peggio finché si può.

 

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