22.01.2020 - Flossbach von Storch

Quando un’unione monetaria crolla


Quella dell’euro non è la prima unione monetaria in Europa. Già nel XIX secondo c’era stato un mezzo di pagamento comune. Ecco gli insegnamenti di quel fallimento.

L’idea di un’unione monetaria europea ha obiettivi ambiziosi, ma soffre di difetti costruttivi fin dall’inizio, tanto che, dopo svariati decenni, sta lentamente morendo. Stiamo parlando dell’Unione monetaria latina, fondata oltre 150 anni fa da Francia, Belgio, Italia e Svizzera e successivamente ampliata anche alla Grecia. L’Unione monetaria ha resistito più di quanto si credesse, fino al 1926, ma solo perché i membri temevano le conseguenze del suo scioglimento.

Oggi questo capitolo della storia europea è stato quasi dimenticato, ma può essere molto istruttivo. Ecco cosa scriveva l’economo e governatore della banca centrale Henry Parker Willis già nel 1901: “L'Unione latina come esperimento di azione monetaria internazionale si è rivelata un fallimento. La sua storia serve solo a dimostrare le difficoltà che può presentare qualunque tentativo internazionale di regolamentazione congiunta dei sistemi monetari.”

Nel 1865, Napoleone III voleva ridefinire le relazioni monetarie tra la Francia e i vicini Belgio, Svizzera e Italia, imponendo il franco francese come mezzo di pagamento comune nel continente. A metà del XIX secolo, cioè agli albori della rivoluzione industriale, l’Imperatore aveva capito ciò che vale ancora oggi: chi controlla il denaro con cui la gente la paga, ha anche il potere.

All’Unione monetaria servono regole vincolanti

Di fatto, belgi, svizzeri, italiani e francesi avevano già creato diversi anni prima del 1865 una comunità monetaria, seppure informale, per agevolare i reciproci scambi commerciali e le monete di uno Stato erano riconosciute come mezzo di pagamento nell’altro. Tuttavia, quando attorno al 1860, i singoli Paesi iniziarono a ridurre il contenuto di argento delle loro monete, misero in luce una questione critica: all’Unione monetaria informale servivano regole vincolanti.

I negoziati del novembre 1865 a Parigi vennero quindi incentrati, fra le altre cose, sulla domanda se la moneta comune avrebbe dovuto essere una moneta d'oro puro.

In realtà non era possibile rinunciare completamente all’argento. Da un lato la Francia aveva grosse riserve d'argento, dall'altro l'influente alta finanza francese faceva buoni affari con questo metallo prezioso. Si decise quindi che nella nuova unione monetaria avrebbe continuato a circolare una valuta basata su un tasso di cambio fisso tra oro e argento nel rapporto 15,5:1. Una scelta non senza conseguenze.

Un trattato con molti punti in sospeso

Nel dicembre 1865, i rappresentanti dei quattro paesi firmarono un trattato, che lasciava però più questioni aperte di quante ne avesse regolate: ogni Paese avrebbe potuto continuare a coniare la propria moneta, non era prevista una banca centrale e non c’erano limiti all’emissione di carta moneta. Inoltre, l’“Union monétaire latine” sarebbe stata formalmente aperta anche ad altre nazioni. Il governo francese caldeggiò un’adesione internazionale. La Prussia e molti altri Stati declinarono l’invito, mentre alcuni Paesi decisero di ancorare la loro moneta al blocco del franco, senza tuttavia aderire al trattato. Solo la Grecia divenne ufficialmente un nuovo membro nel 1868.

La Grecia svela i difetti dell’Unione

I problemi dell’Unione monetaria latina furono subito lampanti: la Grecia voleva riprendersi sul piano economico e aveva bisogno di risorse per l’industria, le infrastrutture, l’esercito. I debiti aumentarono e nel 1893 il Paese dichiarò bancarotta. Per finanziare le spese, Atene si servì di uno strumento di cui in passato anche l’Italia aveva fatto ampio uso: la stampa di carta moneta. Ma nel resto dell’Unione monetaria, nessuno voleva banconote scoperte, nemmeno gli italiani e i greci. Iniziò così una vera e propria fuga di capitali: si preferiva portare la moneta di scambio in Francia, dove si riceveva denaro buono, cioè monete d’oro. Tutto questo alimentò l’inflazione nei Paesi economicamente più forti.

Anche la Francia, però, continuava a interpretare la sua politica monetaria in modo flessibile: nel 1870 il Paese decise di non voler più cambiare le banconote in oro e impose il divieto di esportazione di questo metallo prezioso a causa della guerra franco-tedesca. Di conseguenza, in altre nazioni dell’Unione monetaria latina iniziarono a scarseggiare le monete d’oro, l’occasione giusta per l’Italia di incrementare la stampa di carta moneta.

L’Unione monetaria subì ulteriori pressioni, quando intorno al 1875 il prezzo dell’argento diminuì, non da ultimo a causa delle ingenti vendite della Germania, dove il neocostituito Reich tedesco aveva introdotto il gold standard. Dal canto suo, l’Unione monetaria latina continuava ad applicare il tasso fisso tra oro e argento. L’argento veniva acquistato a un prezzo superiore a quello di mercato. La situazione perfetta per gli esperti di arbitraggio, che compravano l’argento all’estero a un prezzo favorevole per scambiarlo con l’oro all’interno dell’Unione monetaria.

Il problema principale: manca una politica monetaria comune

L’oro iniziò così a scomparire a vista d’occhio dalle transazioni monetarie dell’Unione, mentre il mercato venne inondato da monete d’argento da 5 franchi. I membri dell’Unione monetaria decisero di adottare una serie di riforme, in ultima analisi anche una specie di gold standard. Il nocciolo del problema, tuttavia, rimase: i singoli Stati non si accordarono mai in merito a una politica monetaria comune. Se sono in contrasto con gli interessi nazionali, i trattati servono a poco. Un testimone italiano dell’epoca scriveva: “Oggi l'Unione latina ci regala uno spettacolo edificante: i membri tengono in vita questa alleanza al solo scopo di guadagnare tempo per scaricare uno sull’altro, quando è possibile, le conseguenze fatali dell'Unione stessa.” Già alla fine del XIX secolo, era evidente che l’intero progetto fosse un fallimento, anche se l’Unione venne sciolta definitivamente solo nel 1926. La Svizzera fu l'ultimo paese a mettere fuori circolazione le monete di altri Paesi, il 1° gennaio 1927.

Sotto molti aspetti, l’Unione monetaria latina è stata pionieristica: nell'area della moneta comune sono stati ridotti i costi di transazione ed è stato agevolato il commercio internazionale. In definitiva, la comunità si è sciolta perché gli Stati nazionali hanno continuato ad avere un ruolo determinante. L’economista austriaca Theresia Theurl trae le seguenti conclusioni: “Tutte le unioni monetarie che non erano unioni politiche complete sono rimaste degli accordi temporanei. Si sono sciolte.” Anche se la storia non si ripete mai uguale a se stessa, a volte si possono osservare dei parallelismi.

 

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