23.11.2021 - Bert Flossbach

L’oro protegge dall’inflazione?


L’oro protegge dall’inflazione?

Ultimamente i prezzi al consumo stanno crescendo a vista d’occhio. Si dice che nei periodi di incremento dell’inflazione, l’oro sia in grado di conservare il valore di un patrimonio. È vero? Diamo uno sguardo al passato …

L’oro è amato da molti: dagli investitori che custodiscono monete o lingotti nelle cassette di sicurezza, agli amanti dei gioielli. Anelli e collane non dovrebbero limitarsi a brillare di luce propria, ma dovrebbero anche conservare un valore materiale (preferibilmente durevole).

I tedeschi, ad esempio, sembrano apprezzare in modo particolare questo metallo prezioso: la Bundesbank detiene oltre 3300 tonnellate d’oro (superate solo dalla Federal Reserve statunitense) e secondo un sondaggio i privati ne possiederebbero addirittura più del doppio. Ovviamente non si tratta di un dato certo, perché nessuno può sapere cosa c’è davvero nei caveau delle banche o nei portagioie sui comò di casa.

È convinzione diffusa che l’oro protegga dall’inflazione. E ultimamente i prezzi sono saliti alle stelle. Tecnicamente la quotazione dell’oro dovrebbe beneficiare di un incremento dell’inflazione e di tassi d’interesse costantemente bassi. La domanda sorge quindi spontanea: perché quest’anno il prezzo dell’oro è calato? I motivi più citati da chi cerca una spiegazione sono:

  • il rafforzamento del dollaro US;
  • l’aumento dei prezzi delle azioni e quindi del costo opportunità per gli investitori in oro;
  • l’incremento delle aspettative sui tassi d’interesse e quindi costi opportunità potenzialmente maggiori.

Queste giustificazioni però non sembrano molto convincenti. Innanzitutto, è capitato spesso che sia il dollaro sia il prezzo dell’oro siano notevolmente aumentati. In secondo luogo, ci sono state altrettante fasi in cui le quotazioni delle azioni e quelle aurifere sono salite parallelamente (l’esempio più recente è il periodo da marzo ad agosto 2020). In ultimo, il prezzo dell’oro ha archiviato il suo rialzo maggiore alla fine degli anni ‘70, quando i tassi d’interesse erano alle stelle. È quindi inutile cercare una spiegazione sensata all’andamento a breve termine delle quotazioni aurifere.

Nel lungo periodo, il “rendimento” offerto dal metallo prezioso che non matura interessi consiste nel compensare per lo meno la svalutazione monetaria annuale. Nel frattempo, il suo prezzo aumenta e diminuisce - a volte più, a volte meno del tasso d’inflazione. In tempi di grande incertezza - come nel caso di tensioni geopolitiche, crisi del sistema finanziario o pandemie - all’oro viene spesso attribuito il ruolo di “bene rifugio”. Ma in un’ottica di lungo periodo questa caratteristica tanto citata passa in secondo piano o acquista rilevanza solo come possibile fattore scatenante dell’inflazione.

Il grafico seguente mostra l’andamento del prezzo dell’oro dal 1973. Tra il 1933 e il 1971 la quotazione è stata fissata a 35 dollari. Una volta revocato il sistema aureo, il prezzo dell’oro è stato definitivamente sbloccato nel 1973 e in breve tempo è schizzato oltre i 100 dollari.

L’embargo petrolifero dopo la guerra dello Yom Kippur ha causato un’impennata dell’inflazione e dei prezzi del petrolio. Per un breve periodo la quotazione dell’oro è salita a circa 180 dollari, salvo poi ridiscendere a circa 100 dollari. Nella seconda crisi petrolifera degli anni ‘70, l’inflazione negli USA è arrivata al 15%. All’epoca gli investitori temevano che l’inflazione potesse sfuggire di mano e preferivano acquistare oro che obbligazioni, rinunciando a rendimenti superiori al 10%.

All’inizio del 1980, il prezzo dell’oro ha segnato un record storico di 850 dollari. Poco dopo, il presidente della Federal Reserve americana Paul Volcker ha tirato il freno, aumentando il tasso di riferimento ad un livello oggi inimmaginabile del 20%. Le aspettative inflazionistiche sono crollate e con esse anche il prezzo dell’oro. Ci sono voluti 28 anni prima di replicare il picco massimo del gennaio 1980.

In quel caso però la successiva crisi finanziaria non ha provocato un aumento dell’inflazione, nonostante le ingenti emissioni di moneta delle banche centrali, perché i prestiti bancari non sono aumentati e il denaro non ha raggiunto l’economia reale. Anche i timori di un rialzo dell’inflazione sulla scia della crisi dell’euro - che ha spinto il prezzo dell’oro a un nuovo picco di 1.900 dollari nel 2011 - si sono rivelati infondati, tanto che nel 2015 la quotazione è ridiscesa a 1.053 dollari.

Durante la pandemia di coronavirus, le misure di salvataggio messe in campo da governi e banche centrali hanno riversato molto denaro fra la gente, determinando un ampliamento significativo della massa monetaria M2. Di conseguenza, le aspettative inflazionistiche sono aumentate e, con un certo ritardo, quest’anno è salita anche l’inflazione. Già ad agosto del 2020 il prezzo dell’oro ha segnato l’ennesimo record storico di 2.063 dollari. Da allora è poi sceso di circa 300 dollari, forse semplicemente perché il rincaro era stato esagerato. Il fatto che il prezzo dell’oro si muova con anticipo o in ritardo rispetto all’inflazione dipende ovviamente dal periodo considerato.

La tabella seguente confronta l’andamento annuale del prezzo dell’oro rispetto all’inflazione in diversi periodi fino ad oggi. Per il raffronto abbiamo volutamente selezionato fasi estremamente positive e negative della quotazione aurifera. Dalla fine del 1973, quando l’oro si è stabilizzato a poco più di 100 dollari dopo lo sblocco dei prezzi, la quotazione è aumentata del 6,1% l’anno, ovvero due punti percentuali in più rispetto all’inflazione.

La “sovraperformance” dell’oro può essere attribuita alla crescente prosperità dei mercati emergenti, dove la gente è riuscita ad acquistare significativi volumi del metallo prezioso solo con qualche anno di ritardo. Qualunque previsione sull’andamento a breve termine sarebbe inaffidabile. Molto però lascia intendere che l’oro continuerà a svolgere anche in futuro la sua funzione di copertura a lungo termine dall’inflazione. Dal momento che difficilmente le banche centrali riusciranno a contrastare un aumento dell’inflazione con incrementi significativi dei tassi d’interesse, il pericolo di un crollo duraturo dei prezzi come avvenuto negli anni ‘80 e ‘90 è molto limitato.

Il fatto che ultimamente i produttori d’oro stiano soffrendo per l’aumento dell’inflazione sembra paradossale; in realtà è plausibile, perché recentemente i costi di energia, materiali e manodopera sono aumentati, mentre il prezzo di vendita - cioè il prezzo dell’oro - è calato. Negli ultimi mesi questa dinamica ha esercitato una forte pressione anche sui prezzi delle azioni. Ad ogni modo, grazie agli elevati flussi di cassa degli anni passati, i bilanci dei maggiori produttori sono ormai quasi del tutto privi di debiti e l’attuale livello dei prezzi auriferi è sufficiente a ottenere profitti adeguati e dividendi interessanti.

Le azioni (non solo delle società aurifere) e l’oro sono le uniche classi di attività liquide che secondo noi offriranno ancora protezione dall’inflazione e un potenziale di incremento del valore reale in futuro – peculiarità che non cambierebbero nemmeno se l’inflazione dovesse tornare a calare. Le azioni perderebbero la loro attrattiva solo a fronte di un aumento significativo dei tassi d’interesse o di una contrazione economica duratura – due scenari alquanto improbabili.

 

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