12.09.2022 - Flossbach von Storch

“La svalutazione può accelerare”


“La svalutazione può accelerare”

Guerra, inflazione , approccio espansivo delle banche centrali: negli ultimi mesi l’euro ha subito una forte svalutazione. Un’intervista con il Professor Thomas Mayer, Amministratore e Fondatore del Flossbach von Storch Research Institute, sulla stabilità della moneta unica. 

Professor Mayer, in molti sentono già il peso di un’inflazione elevata. Di recente la Banca Centrale Europea (BCE) ha aumentato i tassi d’interesse per la seconda volta. È sufficiente?  

Il tasso di deposito è ora dello 0,75%, mentre i tassi di prestito per le banche ammontano all’1,25% e 1,5%. Al contempo, la BCE prevede un’inflazione dell’8,1% nel 2022, del 5,5% nel 2023 e del 2,3% nel 2024. I dati parlano da soli. Naturalmente, la banca centrale dovrebbe fare molto di più – e avrebbe dovuto farlo, soprattutto negli ultimi anni. 

Almeno l’euro è riuscito a riprendersi un po’ sul dollaro US dopo il rialzo dei tassi d’interesse... 

... anche se noi preferiamo sempre una visione a lungo termine. Dall’inizio del 2021 la moneta unica europea ha perso circa un quinto del suo valore rispetto al dollaro US, scendendo talvolta anche sotto la parità. Si tratta del livello più basso dal 2002. La cosa comunque non sorprende e non è ascrivibile solo agli effetti della guerra in Ucraina. Noi è già da qualche anno che mettiamo in guardia da una svalutazione dell’euro.  

L’andamento del tasso di cambio riflette più la debolezza dell’euro o la solidità del dollaro statunitense?  

Lo si legge di continuo. Alcuni osservatori fanno paragoni, ad esempio, con i primi anni ‘80, quando il dollaro statunitense si apprezzò enormemente nei confronti del marco tedesco e di altre valute, fino a diventare troppo forte anche per il governo americano, che nel settembre 1985 all’Hotel Plaza di New York raggiunse un accordo con gli altri paesi del cosiddetto “Gruppo dei Cinque” per svalutare la moneta statunitense. A mio avviso però il confronto tra l’andamento recente e quello degli anni ‘80 non è appropriato.  

Perché? 

Se si osserva il tasso di cambio ponderato per il commercio dell’euro rispetto a 42 paesi partner, si nota che la moneta unica si è deprezzata di circa il 7% dall’inizio dello scorso anno. Escludendo il dollaro US (che ha una ponderazione commerciale di circa il 15% nell’indice), la svalutazione rispetto alle altre 41 divise è all’incirca del 4%. La forza del dollaro gioca sì un ruolo importante nel deprezzamento della nostra moneta unica, ma quasi la metà del risultato è ascrivibile alla debolezza dell’euro stesso. 

A cosa è dovuta questa debolezza? 

Pare che il mercato dei cambi non sia propriamente convinto della capacità della BCE di seguire con decisione la Fed statunitense nella lotta all’inflazione, che è altrettanto elevata su entrambe le sponde dell’Atlantico. 

Perché alla BCE manca la risolutezza dell’omologa statunitense? 

La BCE è tenuta in scacco dai paesi della zona euro fortemente indebitati, che rischiano l’insolvenza se i tassi d’interesse aumentano bruscamente. Pertanto, è probabile negli Stati Uniti i prossimi aumenti dei tassi saranno più rapidi e incisivi e che il rispettivo differenziale tra USA ed Eurozona si allarghi ulteriormente. 

Cosa significa tutto questo per l’inflazione in Europa? 

Se la BCE interverrà con meno decisione, nel medio termine l’inflazione nella zona euro rimarrà più elevata di quella statunitense. Inoltre, i bassi tassi d’interesse reali derivanti dal calo dei tassi d’interesse e dall’aumento dell’inflazione nell’Eurozona continueranno verosimilmente a esercitare pressioni sul tasso di cambio della moneta unica. Dopotutto, al momento nulla suggerisce che la debolezza dell’euro possa dipendere anche dalla paura di un suo crollo. Anzi, i mercati credono ancora nella promessa dell’ex capo della banca centrale Mario Draghi secondo cui la BCE farà di tutto per preservare la moneta unica. Ma Draghi ora è in pensione – sia come presidente della BCE e presto anche come primo ministro italiano – e i suoi probabili ed effettivi successori hanno meno credibilità. 

Quali sono secondo Lei i rischi futuri per la moneta unica?  

Ovviamente ci sono le incertezze politiche. Dopo le elezioni del 25 settembre in Italia, ad esempio, un governo di centro-destra potrebbe essere molto più recalcitrante nei confronti dei funzionari dell’UE e della BCE rispetto ai suoi predecessori. E non è detto che il nuovo strumento della BCE – il cosiddetto “TPI” – per gli aiuti finanziari agli Stati sovraindebitati funzioni davvero. A quanto pare, gli hedge fund stanno tornando a speculare contro l’Italia. Se al peso dei tassi d’interesse sull’euro si aggiungono i timori di un suo possibile crollo, la svalutazione subirà una forte accelerazione. 

 

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