12.03.2021 - Shenwei Li

Il piano della Cina


Il piano della Cina

La Cina è una potenza economica mondiale, nonostante l"economia pianificata". L’analista Shenwei Li commenta gli obiettivi che il paese si è prefissato per i prossimi anni.

La Cina è un paese comunista, nonostante il boom economico, trainato principalmente dal settore privato, e nonostante le enormi disparità di ricchezza e una classe media in costante espansione, che è sempre più consapevole della propria importanza.

Secondo la vecchia tradizione comunista, in Cina esiste ancora (almeno ufficialmente) un’“economia pianificata”. Lo scorso autunno, i leader del Partito hanno gettato le basi per il nuovo 14° Piano quinquennale, che coprirà il periodo dal 2021 al 2025.

Il contenuto è molto ampio e diversificato e va dalla politica interna all’economia. Per gli osservatori occidentali questi piani non sono sempre facili da capire, probabilmente anche a causa della scelta ambivalente delle parole utilizzate. Per noi cinesi, però, ogni piano quinquennale è importantissimo, perché da esso dipendono tutte le attività politiche ed economiche. Abbiamo confrontato il nuovo testo con quello precedente.

La prima cosa che balza all’occhio sono gli obiettivi climatici: la Cina toccherà il picco massimo delle emissioni nel 2030, dopo di che avrà tempo fino al 2060 per raggiungere la neutralità carbonica. Purtroppo gli autori non spiegano nel dettaglio come dovrà avvenire esattamente questa “svolta climatica”. Per farsi un’idea, però, basta dare un’occhiata al piano di sviluppo dei veicoli elettrici: già entro il 2025 un veicolo su cinque dovrà essere alimentato da elettricità. Rispetto al piano precedente, la quota è stata ridotta del 5%, il che rende l’obiettivo più realistico. Gli azionisti, tra cui sicuramente anche alcuni speculatori, stanno monitorando molto attentamente questa tendenza alla mobilità elettrica. Alla fine dello scorso anno, ad esempio, la valutazione di una start-up cinese in questo settore era più elevata rispetto a quella delle famose case automobilistiche tedesche.

Il nuovo nazionalismo

Al confronto con lo scorso piano quinquennale, questa volta gli interessi nazionali della Cina continentale sono descritti in modo molto più specifico. Ad esempio, non si fa più accenno all’indipendenza finanziaria e commerciale di Hong Kong. Sembra che, nel lungo termine, Hong Kong debba ricoprire un ruolo simile a Shanghai, e fondarsi con Macao, con la provincia di Guangdong e con Pechino per formare un centro di innovazione tecnologica globale.

Con riferimento a Taiwan, la scelta delle parole è ancora più significativa: mentre l’ultimo piano quinquennale si è dilungato sulla cooperazione tra i due Stati, in questo compare il termine “riunificazione”. Perché quando la carota non funziona, resta solo il bastone. Una politica estera ancora più espansionistica nei prossimi anni potrebbe causare conflitti internazionali, soprattutto se all’indomani della pandemia di coronavirus, l’Occidente non avrà altre priorità se non Taiwan e Hong Kong. 

“Diventare ricchi insieme”

A celebrare un (piccolo) ritorno sulla scena è anche la redistribuzione della ricchezza, in origine uno dei principali obiettivi della politica comunista e ora definito in modo esplicito all’insegna del motto “diventare ricchi insieme”. A questo proposito, nel prossimo quinquennio si attendono “progressi tangibili”. Chiaro che viene in mente subito Deng Xiaoping: “Chi si è arricchito per primo deve aiutare gli altri ad arricchirsi”. Ma dopo oltre 30 anni di boom economico, la nuova élite non sembra più così disposta a condividere “il suo tesoro”. Potrebbero quindi servire degli interventi statali. La storia ci ha già insegnato cosa può accadere se le disparità sociali continuano a crescere.

Il nuovo piano quinquennale prevede quindi, nello specifico, un adeguamento dei redditi più elevati (il che implicherà probabilmente anche un aumento salariale per i lavoratori scarsamente retribuiti), a cui si aggiungeranno aumenti delle tasse per chi guadagna di più (anche sotto forma di imposte straordinarie dirette o imposte patrimoniali), un miglioramento della previdenza sociale e un inasprimento delle leggi antitrust (la maggiore concorrenza per la forza lavoro dovrebbe spingere al rialzo le retribuzioni). Gli immobili dovranno servire al solo scopo abitativo e non speculativo. Inoltre, potrebbe esserci una sorta di “tutela dei consumatori”, ad esempio con riferimento ai crediti al consumo, oggi molto popolari e facili da ottenere. Di recente è passata la notizia di un prestito concesso per l’acquisto di un orologio di lusso da donna a un prezzo equivalente a 67.000 euro, rimborsabile a tasso zero in due anni con rate mensili di poco meno di 2.700 euro.

Tuttavia, se i cinesi si abituassero a tali acquisti eccessivi senza allo stesso tempo accumulare risparmi, molte persone potrebbero ridursi in povertà. Al contrario, se ci fosse un cambiamento di mentalità e un obiettivo condiviso di voler effettivamente diventare “ricchi insieme”, non ci sarebbe nulla di male nel “non apparire” di fronte al resto della società, rinunciando a status symbol non più accessibili. Da parte loro, i produttori e i rivenditori si renderebbero conto che i clienti che possono permettersi beni di lusso, come gli orologi, solo a fronte di un prestito non sono probabilmente gli acquirenti ideali. Resta da vedere se per cambiare la natura umana basterà un piano quinquennale.

Ci sono poi gli effetti dello sviluppo demografico: il 18% dei cinesi ha più di 60 anni. La politica del figlio unico era già stata eliminata nel 2015, ma il nuovo piano è il primo a non contenere più nemmeno l’espressione “controllo delle nascite”. Oltre a una maggiore tolleranza per le famiglie con più figli, l’attenzione del governo si è focalizzata anche su un nuovo sistema pensionistico. Attualmente, l’età pensionabile in Cina è 50 anni per le donne e 60 per gli uomini.

Ovviamente, a livello di previdenza, sarebbe meglio lavorare più a lungo, ma se gli anziani continuassero a lavorare non potrebbero più occuparsi dei nipoti, generando così un altro problema. In Cina, infatti, la maggior parte delle mamme deve lavorare, tanto che il tasso di occupazione femminile è di circa il 70%. E poiché il livello d’istruzione delle donne è in costante aumento e fare la casalinga non è il “lavoro dei sogni”, molte lavoratrici con ambizioni di carriera finirebbero per rinunciare ad avere figli. Anche dal punto di vista economico le lavoratrici cinesi esercitano un impatto non indifferente in termini di potere d’acquisto. Lo sviluppo demografico resta forse il più grande problema strutturale della Cina e difficilmente il nuovo piano quinquennale riuscirà a risolverlo del tutto. Ma “un po’ è sempre meglio di niente” ed è per questo che si apprezza certamente qualunque forma di sostegno offerta con la politica per le famiglie.

 

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