21.12.2021 - Julian Marx

Il fallimento di Maastricht


Il fallimento di Maastricht

Per molti anni le regole sul debito dell’UE non sono state rispettate da diversi importanti Stati Membri. Ultimamente la Commissione Europea, anziché controllarle, le ha indebolite.

Nel febbraio 1992, gli Stati Membri dell’Unione Europea (UE) hanno firmato il Trattato di Maastricht, impegnandosi a soddisfare determinati criteri di convergenza. Tali criteri miravano ad armonizzare le capacità delle singole aree economiche nazionali nell’allora nascente Unione Economica e Monetaria, e a garantire la fondamentale stabilità e solidità economica dell’UE. Le regole che disciplinano questo impegno sono stabilite nel Trattato, ratificato dai parlamenti dei vari Stati Membri. Eppure non è servita a molto.

Nel marzo 2020, la Commissione Europea ha attivato per la prima volta la clausola di salvaguardia generale del Patto di stabilità e crescita, sospendendo ufficialmente la “regola del 3 per cento” imposta dal Trattato di Maastricht e finalizzata a limitare il nuovo debito assunto al 3% del prodotto interno lordo (PIL). In molti Stati Membri, questa decisione è stata interpretata come un lasciapassare per nuovi deficit da record.

Infatti oggi sappiamo che, le uniche nazioni dell’Unione Europea a chiudere il 2020 con un deficit inferiore al 3% sono state la Svezia e la Danimarca. Nel resto dell’UE, i politici hanno sfruttato il nuovo margine di manovra per accumulare disavanzi talvolta vertiginosi: i nuovi debiti assunti nel 2020 ammontano a 209 miliardi di euro in Francia (9,1% del PIL), 158 miliardi in Italia (9,6%) e 145 miliardi in Germania (4,3%). Nel complesso, i deficit degli Stati UE lo scorso anno si sono attestati a 923 miliardi di euro. 

Certo, queste cifre da record sono in parte giustificate dalla situazione d’emergenza dettata dalla pandemia, ma dopo la crisi finanziaria e quella dell’euro, questo è già il terzo evento nella storia recente che fa lievitare enormemente i livelli di indebitamento. È inevitabile dunque chiedersi se i criteri di Maastricht possano davvero svolgere la funzione auspicata di “guida” per quanto concerne l’indebitamento degli Stati Membri, tanto più che in passato è stato difficile identificarecredibili meccanismi sanzionatori.

Spesso importanti criteri restano insoddisfatti

Anche in passato gli Stati Membri dell’UE hanno ripetutamente aggirato i criteri di Maastricht. Chi ha avuto problemi sin dall’inizio con il limite del 3% è stata soprattutto la Francia, peso massimo dell’UE, che ora insieme alla Commissione Europea chiede una deroga alle regole comunitarie sul debito. Tra il 2000 e il 2020, lo Stato francese è riuscito a generare un deficit inferiore al 3% solo in cinque anni e appena una volta dal 2008 (si veda grafico).

Anche il secondo criterio di Maastricht, che prevede una soglia massima di indebitamento pari al 60% del PIL di uno Stato Membro, viene infranto regolarmente, specialmente dalle grandi nazioni dell’UE. A fine 2020, 13 dei 27 Stati Membri avevano un debito pubblico superiore al 60% del PIL. In sette casi, il rapporto debito/PIL si è spinto addirittura oltre il 100%, anche in grandi economie comunitarie come Francia, Italia e Spagna.

Dall’andamento degli anni passati pare che la Commissione Europea non si sforzi molto per migliorare in maniera significativa i risultati di bilancio ed è alquanto improbabile che la situazione cambi nel prossimo futuro. Anzi, il bilancio a lungo termine dell’UE dal 2021 al 2027 stabilisce nuovi standard con una previsione di spesa nell’ordine dei 2.000 miliardi di euro. Di questi, circa 800 miliardi riguardano il programma per la ripresa “Next Generation EU”, che è inizialmente finanziato da prestiti e include trasferimenti miliardari agli Stati Membri.

Il programma dell’UE per la ripresa aggira le regole

I crediti erogati nell’ambito dei pacchetti di sostegno non vengono però imputati proporzionalmente al debito degli Stati Membri (incidendo così sugli indicatori di bilancio nazionali), bensì figurano come debito dell’UE. In futuro quindi, a livello dei singoli Stati Membri, anziché interessi e rimborsi dovuti, aumenteranno i contributi da indirizzare al bilancio dell’UE, che a loro volta saranno (dovranno essere) utilizzati per ripagare i prestiti comunitari. In pratica l’UE diventa una sorta di intermediario che “trasferisce” i rimborsi degli Stati Membri. In sostanza ciò consente di aggirare le attuali regole fiscali sugli indicatori di bilancio nazionali, il che permette, almeno per il momento, di scongiurare un’ulteriore impennata del rapporto debito/PIL. Di fatto quindi l’UE sta indebolendo le sue stesse regole.

È dunque troppo presto per annunciare il fallimento dei criteri di Maastricht? In passato molti Stati Membri hanno ripetutamente oltrepassato le soglie massime di indebitamento, rimanendo per lo più impuniti, il che rende difficile sperare in un’attuazione credibile dei criteri di Maastricht in futuro. Inoltre, con il programma per la ripresa “Next Generation EU”, la Commissione Europea non solo non controlla le sue regole fiscali, ma le sta addirittura eludendo. Sarebbe quindi forse più onesto chiudere definitivamente i criteri di Maastricht nel cassetto in cui sono stati ufficialmente relegati dal marzo 2020.

 

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