07.05.2021 - Flossbach von Storch

Dopo la pandemia ci sarà un boom economico?


Dopo la pandemia ci sarà un boom economico?

Il numero dei vaccinati è in aumento. Le borse stanno già scontando l’imminente rilancio economico nei settori dove la congiuntura dovrebbe riprendersi prima.

Presto, così si spera, la pandemia sarà terminata. Il numero dei vaccinati sta aumentando rapidamente in molti paesi. A breve anche nell’Unione Europea – che non spicca per merito in tal senso – un cittadino su cinque avrà ricevuto almeno la prima dose. Tutto lascia intendere un’ottima estate. Ma questo vale anche per la congiuntura economica?

Probabilmente ci vorrà ancora del tempo. Mentre i mercati dei capitali si spingono verso nuovi record, ampi segmenti dell’economia soffrono ancora per le restrizioni dovute alla pandemia. Molte piccole e medie imprese nel settore dei servizi risentono tuttora delle conseguenze del lockdown, anche se non si direbbe osservando ad esempio i tassi d’insolvenza in Germania che vengono mantenuti artificialmente bassi. Infatti, la situazione è destinata a cambiare con il ripristino dell’obbligo di presentare istanza di fallimento e gli aiuti statali diminuiranno.

Anche le grandi aziende colpite dalla crisi dovranno trovare il loro posto nel mondo post-coronavirus. Massima priorità in tal senso è il consolidamento. Secondo Lufthansa, ad esempio, la compagnia impiegherà altri cinque anni per tornare ai livelli pre-crisi.

Vincitori e perdenti della pandemia

Tuttavia, ci si aspetta un forte effetto di recupero in alcuni settori, che avranno però dei limiti di capacità. Sarà difficile, ad esempio, che i paesi dell’Europa meridionale, fortemente dipendenti dal turismo, riescano a ripristinare i livelli precedenti la pandemia prima del 2022. Tutt’altra prospettiva si apre invece per gli Stati Uniti, che potrebbero rimettersi in carreggiata già quest’anno. La Cina dal canto suo potrebbe addirittura superare i livelli pre-crisi di oltre il 10%, rafforzando ulteriormente il suo ruolo di potenza economica mondiale (si veda il grafico).

Entro il 2025, la produzione economica cinese rappresenterà probabilmente ben 4/5 del prodotto interno lordo di tutti gli altri paesi emergenti e in via di sviluppo. Nel 2000 era appena un quinto. Anche rispetto agli Stati Uniti, che hanno superato la crisi relativamente indenni, la Cina sta diventando sempre più influente e potrebbe sostituirsi agli avversari d’Oltreoceano come la più grande potenza economica mondiale già nel 2030. Questa crescente importanza economica e politica della Cina ha però dei risvolti negativi per le aziende e i mercati occidentali.

Sebbene il famoso conflitto commerciale tra l’Occidente e la Cina si sia affievolito negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda il piano tariffario, i rischi non tariffari sono aumentati. Lo dimostrano ad esempio i recenti appelli fomentati da slogan nazionalisti del governo cinese a boicottare colossi come H&M, Nike, Adidas, Puma e altri produttori tessili che, a causa delle violazioni dei diritti umani perpetrate nella provincia di Xinjiang, hanno smesso di utilizzare il cotone di questa regione occidentale della Cina. Il risultato è stato un forte calo dei prezzi delle azioni interessate, già soprannominato dalle borse lo “shock cinese”.

Per il momento Pechino però non può permettersi di attuare misure punitive che vadano oltre le azioni. Il paese, infatti, è troppo integrato nell’economia globale, sia come importatore di materie prime, medicinali e alta tecnologia, che come esportatore di beni di consumo.

Saranno dunque probabilmente gli Stati Uniti e la Cina a risollevare l’economia mondiale dalla pandemia e grazie agli aiuti governativi miliardari permettere che l’economia continui a rafforzarsi.

 

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