17.03.2022 - Kubilay Yalcin

Azioni, malgrado la crisi


Azioni, malgrado la crisi

L’attacco delle truppe di Putin all’Ucraina rappresenta uno spartiacque politico che cambierà il mondo. Quali conseguenze economiche avrà questa guerra – e quali sono ora le mosse per tutelare il patrimonio?

Si stenta ancora a credere che milioni di persone siano esposte a un attacco bellico nientemeno che nel cuore dell’Europa. Allo stato dei fatti nessuno può inquadrare tutte le dimensioni del conflitto, destinato a sovvertire certezze non soltanto in tema di politica estera e sicurezza.

Il nostro ruolo di gestori patrimoniali indipendenti ci impone in questi casi di mantenere una mente lucida e di tutelare i capitali che si sono stati affidati. Per questo proponiamo qui una breve panoramica di ciò che la guerra potrebbe comportare dal punto di vista economico e un’analisi delle possibili strade da intraprendere per preservare (e moltiplicare) nel lungo termine il valore dei risparmi.

L’invasione russa dell’Ucraina non si può certo definire in via di principio un “cigno nero”, vale a dire un evento totalmente imprevedibile e inaspettato: piuttosto, lo scenario è andato purtroppo delineandosi con il passare delle settimane. Il conflitto influirà in primo luogo sui prezzi dell’energia: la Russia è un importante fornitore di petrolio e gas, e anche la Germania dipende dal gas russo. Se si esclude tuttavia la questione energetica, l’impatto del conflitto sull’economia tedesca e su quella europea potrebbe essere pressoché trascurabile. Diversamente da quanto accaduto nel 2020, quando il Coronavirus è giunto in Europa e i lockdown forzati hanno travolto dall’oggi al domani molti settori economici, ora le conseguenze potranno essere meno estese, anche se alcuni comparti dovranno fronteggiare difficoltà nelle forniture e la crescita potrebbe rallentare, soprattutto in Europa. A nostro avviso, tuttavia, ad oggi non si prospetta la recessione globale paventata prima venissero messi in campo i programmi di aiuti degli Stati e delle banche che all’inizio del 2020.

Cresce la pressione sui prezzi

Per i capitali si è per contro nuovamente acuito il rischio legato all’inflazione. I prezzi elevati dell’energia faranno presumibilmente lievitare l’inflazione più del previsto. Le banche centrali, a cui viene chiesto di difendere con fermezza il potere d’acquisto, sono chiaramente esposte a enormi pressioni. Ma la Fed, la banca centrale americana, e soprattutto la BCE, la Banca Centrale Europea, possono veramente alzare i tassi? Una politica nettamente più rigida da parte delle banche centrali potrebbe causare danni incalcolabili. Peraltro, un aumento dei tassi è più opportuno in situazioni in cui l’economia prospera e i prezzi sono spinti al rialzo da una domanda elevata, mentre ora i rincari sono dovuti a una contrazione dell’offerta.

L’inflazione continuerà quindi a erodere potere d’acquisto e la maggior parte degli investimenti a reddito fisso sarà destinata a produrre perdite, sia perché l’inflazione svaluta la moneta più velocemente di quanto un aumento dei tassi sia in grado di risollevarla sia perché il tasso reale, vale a dire il tasso nominale al netto dell’inflazione, resta negativo. Per gli investitori che ragionano sul lungo termine e desiderano preservare il valore del proprio capitale, i beni reali sono decisamente più interessanti rispetto ai valori nominali, e su tutto restano da preferire le azioni. Una parte consistente del patrimonio dovrebbe essere investita di conseguenza.

Il nervosismo dei mercati

Tuttavia, i mercati dei capitali a livello mondiale hanno reagito alla nuova situazione e il nervosismo delle Borse potrebbe perdurare ancora per molto. Per chi è orientato sul lungo termine, tuttavia, si tratta di distinguere tra le oscillazioni di prezzo temporanee e le tendenze legate invece ai fondamentali.

Quali investitori con un orizzonte temporale piuttosto ampio, non siamo alla spasmodica ricerca del “timing” perfetto, ma cerchiamo piuttosto di posizionarci correttamente in un’ottica di lungo periodo. I rischi legati agli investimenti in Russia non sono certo una novità e proprio per questo non abbiamo impegni diretti nella regione – nemmeno all’interno del portafoglio Mercati Emergenti. Riteniamo che nei paesi in cui investiamo debbano sussistere le condizioni di base affinché gli investitori possano beneficiare della crescita economica delle aziende. Evitiamo società statali come quelle diffuse in Russia e da anni evitiamo anche aziende che siano eccessivamente dipendenti dal mercato russo e/o che potrebbero essere colpite in modo significativo da una crisi della regione, soprattutto nel lungo termine. A nostro avviso le banche appartengono a tale categoria.

Società di comprovata qualità

I beni reali sono ideali, a fronte di un basso livello dei tassi, per preservare il valore degli attivi in un contesto inflazionistico – e in particolare lo sono le azioni. Il ragionamento sotteso a tale valutazione è che in circostanze di questo tipo le società possono aumentare i prezzi e/o le quantità così da far crescere gli utili a un ritmo almeno pari a quello dell’inflazione. In tal modo, a fronte di una valutazione invariata, l’azione si incrementerebbe almeno in misura pari all’inflazione, preservando o aumentando il suo valore reale. Non tutte le aziende, però, sono in grado di attuare tale strategia e quindi non tutte le azioni sono d’aiuto in un momento di inflazione.

Le aziende “adatte a tutte le stagioni”, che possono contare su prodotti eccezionali, una solida posizione concorrenziale e un’elevata redditività, sono maggiormente in grado di gestire un aumento dei costi rispetto alle società più deboli, che hanno una minore capacità di produrre reddito e un livello di indebitamento elevato. Ciò vale in particolare per le aziende a elevato consumo di materiali ed energia, messe a dura prova dai prezzi dell’energia schizzati alle stelle e dalle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime. Al di là delle dichiarazioni e degli slogan, è proprio in tempi di inflazione che si riconosce la vera forza di un’azienda, e la redditività gioca un ruolo importante.

Sono quindi le aziende di qualità quelle su cui ci concentriamo, ossia aziende che nei diversi scenari futuri promettono ancora proventi interessanti, e miriamo a costruire un portafoglio azionario solido e in grado di superare meglio del mercato i periodi di crisi. Il nostro portafoglio è perciò diversificato tra molteplici aree valutarie e settori e spazia a livello mondiale. A tale approccio ci ispiriamo anche per il nostro paniere orientato ai dividendi, poiché riteniamo che i dividendi debbano sempre seguire gli utili. Per questo motivo preferiamo i “dividendi aristocratici”, vale a dire i titoli di società che nell’arco degli ultimi 25 anni o più hanno costantemente aumentato i dividendi distribuiti, ad aziende che annunciano dividendi particolarmente alti. Queste ultime mostrano sovente una redditività complessiva piuttosto bassa e i loro dividendi elevati sono spesso uno strumento per compensare un andamento debole del corso azionario. Nella maggior parte dei casi investire in tali aziende significa accogliere nel portafoglio situazioni problematiche che invece è nostro intento evitare.

Riteniamo che di questi tempi sia essenziale avere un portafoglio solido, comprendente una rosa di società di grande valore e qualità, in grado di resistere anche nei momenti di crisi. A nostro avviso, chi è orientato verso obiettivi di lungo termine ha buone possibilità, a dispetto di rendimenti reali persistentemente negativi, di preservare il capitale grazie ai beni reali, anche malgrado le oscillazioni delle quotazioni, insite nella natura stessa delle azioni.

 

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